Facciamo un po’ di chiarezza su quello che viene chiamato “Vaccino del Parkinson”

Facciamo un po’ di chiarezza su quello che viene chiamato “Vaccino del Parkinson”

Causa dell’insorgenza del Parkinson è ormai ritenuta essere una proteina anomala chiamata alfa-sinucleina, che inizia ad accumularsi, soprattutto nell’intestino dove se ne trova in grandi quantità nella mucosa dell’appendice anche dei soggetti sani.

Inizialmente veniva quindi monitorata la concentrazione di questa proteina nell’intestino, recentemente invece, a seguito dello studio di Alfredo Berardelli dell’università La Sapienza di Roma, si sta iniziando a monitorare attraverso la saliva.

L’alfa sinucleina è rintracciabile abbondantemente anche nella ghiandola sottomandibolare e nel bulbo olfattivo, uno dei sintomi precoci della malattia è infatti una riduzione della capacità olfattiva.

La proteina sembrerebbe propagarsi come i prioni della mucca pazza: si parla infatti di sinucleina prionoide quando viene persa la struttura a elica, convertendo anche le altre proteine in microammassi.

Intossicamento dei neuroni

Secondo uno studio pubblicato nel 2013 su Nature Cell Biology dai ricercatori dei NIH di Bethesda in Maryland diretti da Yihong Ye le cellule non subirebbero però una semplice alterazione della conformazione, ma subirebbero un “infarcimento” da parte dei neuroni vicini, i quali, grazie ai sistemi spazzino, espellerebbero i residui della proteina anomala, riversandoli sui neuroni limitrofi.

Esistono infatti sistemi interni che hanno il compito di ripulire le cellule da residui tossici come la degradazione lisosomiale e proteosomiale, l’autofagia o i cosiddetti chaperoni.

I neuroni intossicano i neuroni limitrofi buttandogli sopra i loro scarti

La principale funzione dei chaperoni è aiutare le altre proteine a mantenere la loro conformazione ed eventualmente degradare quelle difettate. Quando viene identificata una cellula difettata, chaperoni di vario tipo, ciascuno con la propria funzione, innescano un meccanismo di pulizia (chaperoning mechanism).

Nello studio si è scoperto che nel caso in cui il proteasoma intracellulare, una sorta di sifone cellulare che espelle i residui, fosse particolarmente pieno di alfa-sinucleina, viene attivato un particolare chaperone chiamato USP19, il quale provvede a espellere l’ alfa-sinucleina.

Quindi sarebbero gli stessi neuroni a contribuire al diffondersi dell’infezione sinucleinica, riversando gli scarti di contenuto tossico nei neuroni vicini.

“Vaccino del Parkinson”di cosa si tratta precisamente

Se quindi i sistemi spazzino naturali non riescono a ripulire le cellule da questa proteina, ma anzi le riversa nei neuroni limitrofi contribuendo alla loro espansione, è necessario trovare un modo per eliminare questa sostanza artificialmente ed è qui che entra in gioco quello che è stato impropriamente chiamato “vaccino per il Parkinson”.

Questo non è altro che un anticorpo monoclonale chiamato AFFITOPE PD01A o più semplicemente PD01A, il suo compito sarebbe quello di bloccare selettivamente questa proteina, impedendole così di portare a termine il suo effetto.

Il professor Pietro Cortelli dell’Università di Bologna, Presidente dell’Accademia Italiana malattia di Parkinson e disordini del movimento spiega meglio:

«Forti di questa nuova arma, anche nel nostro Paese i ricercatori di una decina di centri sparsi per la Penisola stanno per iniziare una sperimentazione clinica volta a valutare questo anticorpo monoclonale secondo un protocollo che stiamo valutando in questi giorni come d’altro canto è già avvenuto in mezza Europa grazie a un consorzio internazionale di ricercatori francesi, tedeschi e austriaci».

Il gene G LA3, l’apripista dell’alfa sinucleina

Finora però non era ancora chiaro come mai l’alfa sinucleina attaccasse proprio i neuroni che producono la dopamina provocando conseguentemente la malattia di Parkinson.

Ora grazie a uno studio recentemente pubblicato su Nature dai ricercatori della Columbia University diretti da Sulzer David si è scoperto che l’alfa sinucleina non agisce da sola, ma è coinvolta un’altra proteina, si chiama G LA3, acronimo di lymphocyte activation gene 3, cioè gene di attivazione linfocitaria.

Questa proteina apre le porte della membrana cellulare all’alfa sinucleina, la quale ha quindi accesso libero e può entrare in grandi quantità, tali che nemmeno il chaperone USP19 riesce più a liberarsene.

Il Parkinson come malattia autoimmune

Secondo lo studio di Sulzer quindi il Parkinson agirebbe come una malattia autoimmune.

Anche i neuroni possono avere molecole di superficie che hanno funzione di antigeni, cioè che danno il segnale al sistema immunitario che la cellula sia stata infettata.

Successivamente all’allarme il sistema immunitario interviene mandando le sentinelle, i linfociti T, che procedono da soli o aiutati dai macrofagi all’eliminazione delle cellule infette, in modo da evitare il contagio.

Quindi i neuroni dopaminergici della sostanza nera, gonfi di alfa-sinucleina sarebbero distrutti dal sistema immunitario stesso.

Più i chaperoni puliscono più il sistema immunitario attacca

Si finisce così in un circolo vizioso, da una parte i chaperoni continuano a ripulire l’alfa-sinucleina, la quale viene riversata sui neuroni dopaminergici dove viene fatta entrare grazie al LAG 3, i neuroni dopaminergici gonfi di sinucleina iniziano a mandare segnali d’allarme al sistema immunitario il quale provvede ad eliminarli.

Questo porta quindi a una progressiva perdita dei neuroni che producono dopamina indispensabile per il movimento che infatti è disturbato nella malattia di Parkinson.

Cosa ci aspetta nel futuro

Se si riuscisse a bloccare il LAG3 che permette all’alfa-sinucleina di entrare nelle cellule, queste rimarrebbero nello spazio extracellulare venendo poi attaccate e distrutte dai nuovi anticorpi monoclonali PD01A o ripulita da sistemi spazzino dell’organismo, si eviterebbe così la distruzione dei neuroni dopaminergici, indispensabili per la creazione di dopamina.

Il professor Cortelli commenta:

«Associare il vaccino PD01A a una sostanza anti-LAG 3 non le concederebbe scampo e potrebbe essere davvero la volta buona per dire che la malattia di Parkinson ha i giorni contati».

Attualmente già in 8 centri Americani e 16 Europei, fra cui uno italiano, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, è partito da due anni uno studio che si concluderà nel 2019, che sta testando l’anticorpo monoclonale BMS-986016 come immunomodulatore contro il LAG 3.

Questo anticorpo verrebbe usato nel caso dei melanomi, dove disturberebbe l’azione del sistema immunitario di vigilanza anti-tumorale.

I suoi risultati forniranno importanti dati su parametri biochimici e farmacocinetici utili nella gestione della nuova sostanza così che potrà essere usata con più sicurezza anche in altre patologie come la malattia di Parkinson, sempre che le ipotesi appena formulate dalla Columbia University verranno ulteriormente confermate.