Cadute: più probabili e con effetti più gravi per chi ha il Parkinson

Cadute: più probabili e con effetti più gravi per chi ha il Parkinson

Il rischio cadute nella terza età è molto alto e lo è ancora di più per chi soffre di Parkinson. Per loro una caduta può rappresentare l’inizio della perdita dell’indipendenza.

Alcuni studi hanno stimato che dopo i 50 anni una donna su due ed un uomo su cinque incorrono in un trauma ortopedico importante, almeno una volta durante la loro vita.

Nei pazienti affetti da Parkinson questa percentuale di rischio si eleva paurosamente, anche se in misura inversa. Le fratture sono infatti più probabili nei soggetti maschili che femminili, poiché la malattia evidenzia una predilezione più elevata del 50% nei confronti dei pazienti maschi.

In uno studio pubblicato sulla rivista internazionale PlosOne, si spiega come i malati di Parkinson presentino un rischio doppio, rispetto al resto della popolazione, di fratturarsi il femore. Subire un intervento chirurgico, per un paziente con Parkinson, espone a un rischio elevato di sviluppare polmoniti, infezioni urinarie, complicazioni chirurgiche e post chirurgiche, come le piaghe da decubito, oltre a dislocazioni, fallimenti nella fissazione delle protesi, infezioni e rischio di fratture contro laterali.

È ormai documentato che i malati di Parkinson non muoiono a causa della propria patologia, ma per le conseguenze indirette che essa comporta: le cadute e i traumi accidentali costituiscono, infatti, uno dei principali motivi di decesso per i pazienti affetti da tale disturbo. Studi scientifici hanno stimato che, in un paziente parkinsoniano, la frattura dell’anca determina, nel 10% dei casi, il decesso per complicanze entro un mese. Inoltre meno della metà di chi subisce tale frattura, riesce a tornare a casa.

Uno studio clinico pubblicato sull’International Journal of Engineering and Innovative Technologies ha evidenziato come la terapia AMPS, erogata da GONDOLA®, consenta di ridurre, sin dalla prima applicazione, i disturbi motori e, di conseguenza, il rischio di cadute.
Ripristinare, almeno in parte, sicurezza ed equilibrio nei movimenti consente, perciò, non solo un significativo miglioramento nella qualità di vita dei malati di Parkinson e dei loro familiari, ma anche una riduzione del rischio di subire danni fisici importanti, inabilitanti e, in alcuni casi, letali.

Il professor Fabrizio Stocchi, responsabile del centro per la cura e la diagnosi del Parkinson, IRCCS San Raffaele Pisana di Roma, uno degli autori dello studio, inoltre precisa:

La terapia AMPS ha un effetto positivo sulla bradicinesia (il rallentamento nell’esecuzione dei movimenti) e migliora la velocità del cammino, la lunghezza del passo e la stabilità dell’andatura durante il movimento. Nello studio, il miglioramento di alcuni parametri è aumentato anche del 50% rispetto al valore di base rilevato prima della stimolazione.