Parkinson: alla ricerca di nuovi composti che rallentino la malattia nei ratti

Parkinson: alla ricerca di nuovi composti che rallentino la malattia nei ratti

La malattia di Parkinson è una condizione neurodegenerativa, il che significa che i neuroni in un’area cerebrale legata alle capacità motorie e al controllo del movimento si deteriorano gradualmente e muoiono.

Queste cellule cerebrali normalmente produrrebbero dopamina, che è un neurotrasmettitore chiave per regolare i movimenti complessi e controllare l’umore.

Sebbene ci siano terapie farmacologiche per il Parkinson come la Levodopa, che il cervello può utilizzare per creare dopamina, il motivo per cui i neuroni dopaminergici muoiono in primo luogo rimane sconosciuta.

Così, ora, un team di ricercatori guidati da due professori alla Purdue University di West Lafayette, IN, ha indagato sull’ipotesi che una produzione di stress ossidativo potrebbe avere un ruolo chiave nella morte di queste cellule e di conseguenza nello sviluppo della malattia.

Lo stress ossidativo si verifica quando i radicali dell’ossigeno sono prodotti in eccesso, un processo che si traduce in una serie di effetti dannosi, come una maggiore tossicità e danni al nostro DNA.

Riyi Shi e Jean-Christophe Rochet, entrambi professori dell’Istituto Purdue per la Neuroscienza Integrativa e dell’Istituto Purdue per la Scoperta della Droga, hanno condotto congiuntamente la ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Molecular and Cellular Neuroscience.

Studiando l’acroleina nei ratti

Proff. Shi, Rochet e colleghi hanno utilizzato ratti geneticamente modificati per indurre sintomi simili a quelli del Parkinson e studiare il comportamento delle loro cellule dopaminergiche, sia in vitro che in vivo.

I ricercatori hanno scoperto che il composto chiamato acroleina tende ad accumularsi nel tessuto cerebrale dei ratti colpiti dal morbo di Parkinson.

L’acroleina, come spiegano i ricercatori, è un sottoprodotto tossico del cervello che brucia il grasso per produrre energia. Il composto viene normalmente scartato dal corpo.

È interessante notare, tuttavia, che lo studio ha rivelato che l’acroleina aumenta i livelli di alfa-sinucleina. Questa è la proteina che si ritiene uccida i neuroni produttori di dopamina perché si accumula in quantità insolite nelle cellule cerebrali di quelli con demenza di Parkinson o di Lewy.

Inoltre, l’iniezione di acroleina in ratti sani ha prodotto deficit comportamentali tipici del morbo di Parkinson. Quindi, in seguito, i ricercatori volevano vedere se colpendo questo composto avrebbe impedito alla malattia di progredire.

Bloccare l’acroleina rallenta il Parkinson

A tal fine, il team ha condotto esperimenti sia nelle colture cellulari che negli animali, valutando la loro anatomia e la funzionalità del loro comportamento.

Hanno trovato l’idralazina, un farmaco usato per trattare la pressione sanguigna. Come spiega il Prof. Shi, l’idralazina è tra l’altro anche “un composto che può legarsi all’artroleina e rimuoverla dal corpo“.

Sorprendentemente, gli scienziati hanno scoperto che l’inibizione dell’acreoleina con idralazina alleviava i sintomi del Parkinson nei ratti, come riporta il co-autore dello studio

L’acroleina è un nuovo oggetto di studio per una possibile terapia, quindi è la prima volta che si rileva che in un animale se si abbassa il livello di acroleina, si può effettivamente rallentare la progressione della malattia […].
Prof. Riyi Shi

Il Prof. Rochet spiega che c’hanno lavorato per molto tempo, più di 10 anni e che sono riusciti a dimostrare che l’acroleina non ha un ruolo marginale, ma anzi ha un ruolo diretto nella morte dei neuroni.

Ratti e umani: verso nuovi farmaci

Il Prof. Rochet avverte che, sebbene promettente, la ricerca di un farmaco che fermi la malattia nei ratti è ancora molto lontana dal trovare un composto che abbia la stessa efficacia negli esseri umani.

In decenni di ricerca, abbiamo trovato molti modi per curare la malattia di Parkinson negli studi sugli animali preclinici e tuttavia non abbiamo ancora una terapia che interrompa la neurodegenerazione sottostante nei pazienti umani. Ma questa scoperta ci porta più avanti nella scoperta di nuovi farmaci, ed è possibile che una terapia farmacologica possa essere sviluppata sulla base di queste informazioni.

Anche se l’idralazina è già in uso e sappiamo che non ha effetti nocivi, i ricercatori dicono che potrebbe non rivelarsi il miglior farmaco anti-Parkinson su tutta la linea, per vari motivi.
Continua il Prof. Rochet:

Indipendentemente questo farmaco serve come prova di principio per noi per trovare altri farmaci che funzionino come “spazzini” di acroleina.

Inoltre il Prof. Shi spiega che proprio per questa ragione stanno attivamente cercando altri farmaci che possano ridurre in modo più efficiente l’acroleina, o farlo con meno effetti collaterali. La chiave è avere un biomarker per l’accumulo di acroleina che possa essere facilmente rilevato, come l’uso di urina o sangue.

L’obiettivo è che nel prossimo futuro possiamo rilevare questa tossina anni prima dell’inizio dei sintomi e iniziare la terapia per respingere la malattia. Potremmo essere in grado di ritardare l’insorgenza di questa malattia indefinitamente. Questa è la nostra teoria e il nostro obiettivo.
Prof. Riyi Shi